Vittoria Biasi

L’arte di Angelo Bianchi si inserisce nelle elaborazioni monocrome con il recupero di una fattualità poetica. Il bianco dell’artista non è il risultato di procedimento cromatico: è nella scelta di un ready made, simbolo tradizionale del bianco, con cui immaginare, rappresentare un mondo che deriva dal bianco. Un pensiero semplice e forte congiunge le opere. Il disegno e la superficie appartengono al desiderio creativo, che Bianchi  realizza con gli strumenti minimi del foglio e della matita. Questi sono  il filo conduttore della ricerca: volumi, figure geometriche articolate tra loro fino a comporre un mondo, coperto di un tessuto leggero, colorato a matita, luminoso dall’interno, galleggiante sullo sfondo vuoto del bianco. Tutto si compone attraverso un’operazione di matematica spontanea, elementare, un aggiungere o togliere moduli fino a conquistare le armonie della sua profonda composizione.

Scritto di Angelo Bianchi . Vittoria Biasi

Alejandro Burgos

Ci sono tre aspetti del Suo lavoro che, da un punto di vista critico, lo rendono di particolare interesse in considerazione dei labili criteri che fanno di un’opera d’arte un’opera d’arte contemporanea. La leggerezza dei materiali, la tensione spaziale, e il rapporto con la parola.
L’uso della carta e dei pastelli rimandano ad un fare artistico che in qualche modo si vuole essenziale e perciò favolistico, capace di ricreare tramite la pulizia e la leggerezza delle forme un luogo di pertinenza per narrazioni fantastiche.
Da qui la tensione installativa che alcune delle sue opere esprimono: si tratta di occupare tale luogo, di accennare gli oggetti che lo abitano e che rendono manifesta la possibilità dell’immaginazione e del racconto.
I titoli del opere, poi, rivelano la precisa volontà di conferire consistenza ad un universo linguistico che prima dell’intervento artistico è confinato in un territorio neutro di immediata funzionalità discorsiva.
Questi aspetti danno alla Sua opera su carta una significativa attinenza rispetto ad una più estesa ricerca che l’arte contemporanea compie nel confine tra la realtà e la sua rappresentazione, significativa in quanto cerca di configurarsi all’interno di questo spazio intermedio (Oltre la curva del mare, 1999, Autoritratto notturno, 2000) o, in alcuni casi, proprio come limite (Scala cromatica, 1998, Quieto inquieto, 1999, Brillo di mare, 2003).
Il MACRO, dall’inizio, ha intrapreso un programma espositivo che cerca di individuare e definire le modalità linguistiche proprie dell’arte contemporanea…

Mauro Carrera

La carta non è soltanto un materiale; è anche un luogo virtuale in cui tutto può accadere. Le opere di Bianchi non sono facilmente rintracciabili sulla terra, ma tutte proprio tutte le si rinviene sulla Luna nel vallone dove si ritrova tutto ciò che gli uomini smarriscono. E di Astolfo, Angelo condivide il compito ingrato dell’ardua ricerca.

Il foglio di carta è il luogo dei luoghi, è il confine che tutti li contiene, il luogo in cui tutto esiste almeno una volta, anche quello che non esisterà mai. È l’unico oggetto reale che può contenere tutto l’immaginabile, l’unica res extensa che ospita le idee, l’unica occasione di esistenza per infiniti fantasmi, la sola eventualità di tutte le follie mai concepite.

Paolo Guzzi

Carta Canta a proposito di quel lavoro che è un organo da musica, austero a prima vista, un organo da chiesa, le cui canne sono a guardar bene delle matite ben temperate. Il tutto è bianco, il tutto è di carta, e solo in parte è ironico.

Marco Lodoli

Anche il marmo un giorno diventerà polvere, anche il bronzo e l’acciaio, anche il titanio e l’oro e il concetto nudo e crudo: tutto è segnato dalla propria natura caduca, tutto appare per scomparire, presto o tardi. E allora perché dubitare della carta, perché considerarla troppo tenera, troppo pronta ad accartocciarsi nel Nulla? Angelo Bianchi ha scelto il materiale che il tempo sfoglia e scarabocchia, ha scelto fin dall’inizio di non opporre resistenza alle mani lievi e adunche delle ore che passano.

C’è della gentilezza in questo mondo che non pretende di restare troppo a lungo, c’è la grazia di chi arriva, posa la sua barchetta sulle onde e la guarda andare via, malinconicamente, orgogliosamente.

Scritto di Angelo Bianchi - Marco Lodoli

Maurizio Marini

Non è questo il destino, la trama del volo dell’angelo nel niveo splendore del bianco, tutt’al più il foglio, come nelle mani di un bambino può realmente volare, sia un aquilone o, più semplicemente, piegato per assomigliare a un aereo. Cosicché i fogli cui Angelo Bianchi conferisce un’altra forma non subiscono mai traumi o strappi: si arrotolano e si giustappongono, alludono ad altre cose, cantano, sublimi matite- organo, raccolgono l’impossibile metafora di un mare infinito all’interno di cilindri (non a caso) bianchi, si esasperano nel crollo angolare di quadrati ritagliati per sottolineare uno spazio dispari, contenente le fratture visive (che sostituiscono quelle temporali, einsteiniane).